mercoledì 5 marzo 2014

Italia e Giappone: legami storici, opportunità straordinarie


















I RAPPORTI tra Italia e Giappone sono secolari. I primi contatti tra Europa e Giappone si hanno proprio grazie al resoconto di un italiano, il grande viaggiatore Marco Polo, che visse e viaggiò in Asia per 17 anni. Fu lui il primo europeo di cui si hanno notizie a descrivere il Cipango, “una isola in levante, ch'è ne l'alto mare 1.500 miglia”.

Nel 1542 attraccò in Giappone la prima nave europea: una corvetta portoghese carica di gesuiti, di cui molti erano italiani. La prima missione diplomatica giapponese in Europa risale invece al 1582. I nobili giapponesi fecero un grand tour dell’Europa, passando come tappa obbligata a Roma e nel 1585 il Papa assegnò alla delegazione giapponese la chiesa di Santa Maria dell’Orto, ancora oggi in uso dalla comunità cattolica giapponese.

La prima nave mercantile italiana giunse a Nagasaki nel 1860 e già 6 anni più tardi venne firmato il primo trattato di amicizia tra i due Paesi: alle navi italiane vennero aperti i porti di Kanagawa, Nagasaki e Hakodate. 

L’Italia acquisì un’influenza significativa nell’opinione pubblica dell’elite Meiji, tanto che alcuni italiani ricoprirono cariche importanti nel Governo: Edoardo Chiossone fu il direttore dell'Officina Carte e Valori del Ministero delle Finanze, Alessandro Paternostro fu invece consigliere giuridico per il Ministero della Giustizia.

Anche la sfera artistica e culturale giapponese subì l’influenza italiana. Artisti come il pittore Antonio Fontanesi, lo scultore Vincenzo Ragusa e il movimento futurista contribuirono a plasmare l’arte giapponese moderna. Il successo dell’opera lirica invece portò allo sviluppo di un inedito genere musicale chiamato “opera giapponese” - il quale a sua volta influenzò l’opera italiana (pensiamo solo a “Madama Butterfly” di Puccini, ambientata a Nagasaki).

Oggi, le relazioni sono eccellenti. L’Italia, assieme agli USA, è la destinazione preferita dai turisti giapponesi, il Made in Italy è sempre più apprezzato nel Sol Levante e l’italiano tra le lingue più studiate. Non è una coincidenza se il videogame giapponese di maggior successo di sempre ha un nome italiano (Mario) e lo stesso vale per molte automobili di successo. Gli italiani invece associano il Giappone con il futuro e la tecnologia (Toyota, Panasonic e Sony sono tra i brand più apprezzati) ma anche con la cultura pop, l’eleganza e la tradizione : le mostre di artisti giapponesi vanno sempre sold out. 

I margini di crescita sono ancora altissimi, se pensiamo che l’interscambio commerciale bilaterale è di 8 miliardi di euro, inferiore all’interscambio con Romania o Polonia. I limiti rimangono la distanza geografica ma soprattutto le barriere legali, protezionistiche e linguistiche (le cosiddette “barriere non tariffarie”). Approfondire lo studio del giapponese e  del mercato interno offre alle imprese italiane opportunità straordinarie.

Articolo precedentemente pubblicato da Maka Language Consulting

domenica 2 marzo 2014

Caracas Brucia


Photo: Luca Marfé













RIPUBBLICHIAMO un articolo di Romeo Lucci, giornalista italiano residente a Caracas, il quale spiega molto bene perché il dossier Venezuela, mentre in Europa viene marginalizzato, oltreoceano è invece sempre più al centro dell'agenda internazionale.
 
(Caracas) - Gli studenti sono scesi in piazza, oramai più di dieci giorni fa, contro l’attuale presidente della Repubblica Nicolás Maduro e, più in generale, contro una maniera, secondo molti sbagliata, di intendere lo Stato e la politica.

11 morti, per lo più giovani e giovanissimi, ed un bilancio destinato a salire per un Paese che sembra incapace di imboccare il sentiero, ripido e tortuoso, che possa garantire la pacifica convivenza tra quelli che appaiono in maniera sempre più netta come due schieramenti, diversi e quantomai contrapposti.

Un bipolarismo figlio dell’eredità culturale di Chávez, raccolta a piene mani dai suoi successori, che sin dai propri esordi ha improntato stile e dialettica tesi a generare una progressiva e profonda spaccatura tra “borghesia” (termine divenuto negli anni sinonimo del peggiore degli insulti a queste latitudini) e “popolo” (il vero nucleo fondante di tutte le riflessioni sorte in seno al chavismo).

“Divide et impera”. Una locuzione latina, in italiano “dividi e domina”, che l’allora presidente ed il suo intero entourage dovevano conoscere molto bene. Un’idea messa scientemente in primo piano sin dal principio, senza troppo preoccuparsi, purtroppo, delle possibili conseguenze future. Conseguenze che, oggi come oggi, sono invece più che evidenti. Uno scenario diviso in due metà, entrambe preda di una drammatica disperazione, che a giudicare dal clima che si respira rischia davvero di precipitare in una sanguinosa guerra civile.

La frattura politica, però, si ricompone in qualche modo sotto il comune denominatore dei disagi che sono alla base del caos di questi giorni. Tanto i ricchi borghesi, quanto i più poveri ed emarginati inquilini delle favelas, infatti, lamentano in realtà gli stessi mali.

Un modello politico-economico, ribattezzato “socialismo del XXI secolo”, il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti, senza distinzione alcuna di schieramenti ideologici.
La produzione interna rasenta lo zero assoluto, gli scaffali dei supermercati sono vuoti, la sicurezza è ai minimi storici e la criminalità è fuori controllo. E mentre le strade di tutte le principali città venezuelane bruciano, il resto del Continente latinoamericano prospera. Senza contare le sconfinate risorse di materie prime sulle quali il governo di Caracas potrebbe fondare la rinascita del Paese.

Eppure, Maduro è ancora lì. Tutt’altro che solido, ma deciso ad andare avanti per la strada tracciata dal “comandante eterno”, Hugo Chávez, la cui immagine viene sventolata come una sorta di simbolo sacro nel tentativo, a volte goffo, di farne rivivere la leadership ed il carisma. Virtù del tutto sconosciute al nuovo presidente che, sempre più spesso, sembra improvvisare nell’affannata ricerca di fantomatiche soluzioni. Un giorno decide di espellere 3 diplomatici statunitensi, accusandoli di aver tramato con le associazioni studentesche con l’intento di destabilizzare il Paese, il giorno dopo tende la mano ad Obama chiedendogli di nominare un nuovo ambasciatore (che manca in Venezuela da circa 3 anni).

Parla con insistenza di “pace” ed “amore”, ma rifiuta qualsiasi contatto e qualsivoglia forma di dialogo con i manifestanti mentre riceve presso il palazzo presidenziale di Miraflores i leader dei collettivi armati per garantire, probabilmente a sé stesso, equilibrio ed una qualche forma di stabilità. Grida ai quatto venti la grandezza della democrazia venezuelana e, parallelamente, fà incarcerare uno dei principali volti dell’opposizione, Leopoldo Lopéz, accusandolo di lavorare ad un rovesciamento delle istituzioni e dispone il blocco di tutti i canali televisivi fuori dal controllo del proprio esecutivo, incluso il colosso CNN Español, le cui trasmissioni verranno interrotte a breve.

Maduro è ancora lì perché la posta in gioco è troppo alta e non soltanto per lui. Gli introiti derivanti dal petrolio sono una vera e propria miniera d’oro, nonché una “maledizione” secondo numerosi analisti ed economisti di caratura internazionale, che ha contribuito nel corso di questi anni non soltanto a strutturare una fitta rete clientelare, ma altresì a piazzare uomini e donne di fiducia in tutte le posizioni istituzionali “chiave”. Il fenomeno ha raggiunto proporzioni tali da rendere difficile, se non addirittura impossibile, una chiara distinzione tra stato e partito.

Comunque vadano le cose nelle settimane a venire, queste giornate di sangue sono destinate a lasciare un segno nella storia del Paese. Difficile azzardare delle previsioni, ma con grande probabilità il futuro è legato a doppio nodo alla tenacia dei giovani che stanno animando la protesta. Se dovessero “mollare la presa”, il tutto si risolverà in un nulla di fatto. Se, viceversa, decidessero di non fare alcun passo indietro, la sfida potrebbe assumere dei connotati storici. Il governo, dal canto suo, avrebbe tutto l’interesse ad abbassare i toni del confronto, ma in buona sostanza si sta muovendo in una direzione diametralmente opposta.

Il desiderio dei governanti di reprimere la “piazza” li ha puntualmente condotti in un vicolo cieco. E questo non lo dicono analisti o esperti di politica internazionale. Lo dice la storia. La stessa storia di cui, evidentemente, questi signori devono essere a digiuno. Ed in attesa di capire che cosa accadrà, si perde il conto di parole ed espressioni allarmanti che non fanno altro che alimentare ulteriormente il vortice della tensione. “Fascisti”, “genocidio”, “colpo di stato” e via discorrendo. La prima cosa di cui il Venezuela avrebbe disperatamente bisogno è senz’altro un dizionario.

Articolo precedentemente pubblicato su Equilibri.net 

domenica 16 febbraio 2014

Il problema numero uno dell'Italia? Il divario Nord-Sud


NELL'AGENDA del nuovo Governo la riduzione del divario Nord-Sud dovrebbe rientrare tra le priorità. Ecco cinque punti da tenere a mente quando di parla di divario.

1. IL DIVARIO E' UN ECCEZIONE


Fatto 100 il reddito pro-capite medio dei Paesi membri dell'UE (calcolato a parità di potere d'acquisto), le statistiche EUROSTAT mostrano che tra i grandi Paesi UE l'Italia presenta ben quattro regioni (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) con  un Pil pro-capite compreso tra il 50 e il 75% del reddito medio UE; il Regno Unito due (Inghilterra sud-occidentale e Galles); la Spagna una regione (l'Estremadura, confinante con il Portogallo). Francia e Germania ricomprendono invece regioni con un livello di ricchezza pro-capite superiore.

2.UN PROBLEMA NAZIONALE


Il Sud ricomprende un'area dove vive un terzo della popolazione, si produce un quarto del Pil nazionale e si concentrano oltre i due terzi dei cittadini poveri (usando il criterio della povertà relativa). Il Sud è il territorio arretrato più esteso e più popoloso dell'Eurozona. Il divario, per la sua entità e dimensioni, coinvolge il Paese intero e deve giocoforza essere trattato come un problema nazionale.    

3. IL DIVARIO NON DIMINUISCE 

Nota Mario Draghi che "mentre le altre regioni europee in ritardo di sviluppo tendono a convergere verso la media dell'area, il Mezzogiorno non recupera terreno». Nel cinquantennio 1955-2005 le regioni del Mezzogiorno d'Italia sono le uniche, tra i Paesi ad economia avanzata, che non hanno ridotto il divario economico rispetto alle regioni più avanzate del Paese. L'Italia infatti è l'unico Paese dove le situazioni di grave disparità economica (qui intesa come quella significativa quota di popolazione residente in regioni con un reddito inferiore al 65, 70 o 75% della media nazionale) non sono scomparse o quantomeno non sono state ridimensionate in maniera importante. Anzi, la crisi degli ultimi anni ha addirittura aumentato la frattura. 

4. LE SFIDE

Poniamo l'accento su tre nodi da risolvere per il Sud (consapevoli che ve ne sono altri): l'"impoverimento culturale" causato dai flussi migratori (sia in direzione Sud-Centro Nord che Sud-resto del mondo), in particolare di giovani con elevati livelli di scolarizzazione; il tasso di attività nel mercato del lavoro, tra i più bassi d'Europa, in particolare tra i giovani e le donne; la presenza pesante del lavoro irregolare, in misura più che doppia rispetto al Centro Nord; la qualità della  Pubblica Amministrazione, che rende servizi relativamente meno efficienti, utilizza in malo modo l'opportunità offerta dai fondi strutturali europei ed è molto più esposta all'influeza di attività e organizzazioni criminali.

5. UNA GRANDE OPPORTUNITA'

Il mancato mancato sviluppo del Mezzogiorno, proprio per la sua unicità tra i grandi Paesi ad economia avanzata, può essere inteso com un vantaggio in termini crescita potenziale, cioè la crescita economica raggiungibile stabilmente nel lungo periodo da un Paese. Annullare il divario significherebbe partecipare da vincenti al processo di globalizzazione.

domenica 2 febbraio 2014

Schiavi nel XXI secolo














UN ARTICOLO PUBBLICATO da Wired sensibilizza i lettori sul fenomeno della tratta internazionale degli esseri umani riportando dati UNICEF e ILO che parlano da soli. Tra gli schiavi del XXI secolo vi sono oltre 5,5 milioni di bambini - dai baby soldati ai baby operai alle ragazzine vittime del turismo sessuale e dei matrimoni forzati - per un giro d'affari di 32 miliardi di dollari l'anno.

La tratta degli esseri umani, assieme al traffico di droga e di armi, al lavaggio di denaro sporco e alla contraffazione di marchi, oggetti industriali e opere dell'ingegno rappresenta il lato oscuro della globalizzazione: sfide che gli Stati si trovano a combattere da secoli ma che la sempre maggiore integrazione e interconnessione globali hanno aggravato.

Se è vero che gli Stati traggono benefici dal processo globalizzante, è altrettanto vero che non sono i soli. Le organizzazioni criminali ne hanno tratto uguali (se non addirittura maggiori) vantaggi sfruttando la libertà di movimento di capitali, beni e persone, i vuoti normativi e la carenza di cooperazione e capacità di enforcement a livello internazionale.

Pensiamo al processo di urbanizzazione mondiale. Un paper pubblicato dall'UNICEF nel 2012 riconosce che "le aree urbane offrono grande potenziale per assicurare ai bambini i loro diritti" poiché "più un Paese è urbanizzato, più alte sono le possibilità di avere maggiori livelli di reddito e istituzioni più solide". Allo stesso tempo, il paper avverte che "l'urbanizzazione procede in maniera squilibrata, portando milioni di bambini alla marginalizzazione in centri urbani dove affrontano sfide quotidiane e deprivazioni dei loro diritti". Il rischio, laddove il processo di modernizzazione fallisce, è quello di consegnare le generazioni più giovani ai moderni mercanti di schiavi in quanto abitanti di baraccopoli fuori controllo, vittime di opportunità rubate e non consumate.

Per approfondimenti

http://www.wired.it/attualita/politica/2014/01/28/schiavi-business/

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/10/27/AR2005102701754.html

http://www.childinfo.org/files/SOWC_2012_MainReport_EN.pdf


venerdì 31 gennaio 2014

Il Giappone di Shinzo Abe

Shinzo Abe, Premier del Sol Levante

















SHINZO ABE, alla guida del Sol Levante dal dicembre 2012, ha pronunciato al Word Economic Forum di Davos un discorso programmatico che traccia la sua visione di un "nuovo Giappone". Di seguito ecco i punti salienti.

La politica economica (Abenomics)

Abenomics comprende tre frecce: una politica monetaria aggressiva, una politica fiscale flessibile e uno stimolo agli investimenti privati.

Il Giappone è in procinto di liberarsi dallo spettro della deflazione cronica. Questa estate i salari aumenteranno, e salari più alti contribuiranno a generare consumi maggiori. Anche la nostra situazione fiscale ha subito un miglioramento. Il Giappone ha imboccato il sentiero del consolidamento fiscale.

Adesso che il tasso di crescita ha subito un reverse impressionante, da negativo a positivo, i tanti detrattori che ritenevano il Giappone un Paese sul viale del tramonto sono spariti quasi del tutto.

Le riforme

Il concetto che prevede l'impossibilità di attuare certe riforme è stato infranto. Il mercato elettrico verrà liberalizzato completamente; stessa sorte per il comparto dei produttori di riso. Il sistema amministrativo verrà rivisto, la burocrazia ridotta e la corporate tax scenderà del 2,4%.

Il Partenariato Transpacifico (TPP) e l'accordo di libero scambio con l'Unione Europea costituiscono pilastri centrali della mia politica economica: contribuiranno a rendere l'economia giapponese ancor più integrata con i flussi globali della conoscenza, del commercio e degli investimenti.

Riformeremo il mercato del lavoro. In un Paese dove il lavoro femminile è la risorsa meno utilizzata, ci impegniamo affinché entro il 2020 il 30% delle posizioni di leadership siano occupate da donne. Sono anche sicuro che entro il 2020 raddoppieremo la quota di investimenti esteri diretti.

L'obiettivo è rendere il Giappone una delle migliori destinazioni al mondo dove fare affari.

La politica estera

Ora che l'Asia è divenuta uno dei fulcri economici del pianeta, il Giappone è circondato da vicini che manifestano possibilità infinite: Cina, Corea del Sud, i Paesi membri dell'ASEAN, l'India, la Russia e, lungo il Pacifico, i Paesi partecipi al Partenariato Transpacifico.

L'unico modo per mantenere la pace e la prosperità nella regione risiede nel garantire la sicurezza degli spazi aerei, marittimi, cibernetici e cosmici per consentire il libero movimento di merci e persone - condizioni indispensabili per la crescita. Valori fondamentali come la libertà, i diritti umani e la democrazia devono essere preservati all'interno dello stato di diritto. Non vi è alternativa.

I dividendi che la crescita offre in Asia non devono essere sprecati in una corsa al riarmo; al contrario dobbiamo investirli in innovazione e capitale umano per incrementare ulteriormente la crescita nella regione. L'espansione militare va assolutamente contenuta perché, altrimenti, la situazione potrebbe sfuggire di mano. I budget militari vanno resi completamente trasparenti e verificabili.

Dobbiamo impegnarci nella creazione di un meccanismo per la gestione delle crisi, un canale di comunicazione tra le forze armate e un sistema di regole che promuova azioni fondate sul diritto internazionale del mare.

(La traduzione dall'inglese non è ufficiale ed è opera dell'autore)

Per approfondimenti

Articolo pubblicato da International Business Times nel blog Going Global

lunedì 27 gennaio 2014

Everybody goes to Poland











A DIFFERENZA della maggior parte dei Paesi europei, la Polonia è una economia in forte crescita, trasformatosi in pochi anni da terra di emigrazione a Paese di immigrazione.

Dal 2007 al 2011 la Polonia ha registrato una crescita reale del Pil superiore al 4.3%, ritmi di crescita “asiatici”. La crescita del Pil ha permesso un impressionante incremento del Pil pro-capite, il quale dal 2004 (anno di ingresso nell’Unione Europea) al 2010 è salito da 13.000 a quasi 20.000 euro.

Questi ultimi anni di forte sviluppo economico coincidono con un incremento delle richieste di cittadinanza e degli arrivi di stranieri. Negli ultimi due anni, le richieste di permessi di lavoro sono raddoppiate.

Per gli imprenditori italiani le opportunità economiche sono molteplici e significative: dai macchinari industriali all’alimentare, dall’automotive ai settori del lusso, le export italiane sono cresciute di oltre il 10% medio annuo dal 2005 al 2011, con un interscambio commerciale passato da 9.7 miliardi di euro a quasi 17 miliardi.

Fare business è relativamente semplice sul piano burocratico e procedurale (vedi il report Doing Business pubblicato dalla Banca Mondiale) sostenendo un rischio d’impresa minimo.

Le uniche barriere sono quelle linguistiche e culturali. Per fare affari è necessario l’inglese, ma è consigliabile avere conoscenze di polacco per poter condurre trattative di successo e non trascurare aspetti importanti della cultura polacca quali la gościnność - cioè “l’ospitalità” -  presente e diffusa anche nel mondo degli affari.

Articolo precedentemente pubblicato da maka language consulting

mercoledì 22 gennaio 2014

Come e perché la minaccia nucleare preserva la pace













L'ACCORDO SUL NUCLEARE raggiunto a fine 2013 tra Iran, Russia, Cina e le potenze europee, ora in fase di esecuzione, è l'occasione per riflettere sulla minaccia nucleare e sull'effettiva necessità di perseguire la strada della denuclearizzazione.
    
Da un lato, l’Iran accetta di non utilizzare energia e tecnologia nucleare per scopi militari, dall’altro Stati Uniti, Unione Europea e Paesi alleati eliminano le sanzioni e rimuovono l’embargo applicato nei confronti di Teheran. Questa in sostanza la sintesi dell’intesa raggiunta, la quale si basa di fatto su una convinzione: la proliferazione nucleare è un pericolo per la pace e la sicurezza internazionale e (aggiungono gli statunitensi) va contrastata a tal punto da ridurre gli arsenali nucleari a zero.

Il numero delle testate

Esaminando i dati raccolti dallo Stockholm International Peace Institute (SIPRI) e dal Bulletin of the Atomic Scientists (BAS), scopriamo che dal 1945 ad oggi sono state prodotte più di 128mila testate nucleari. Le potenze nucleari odierne (Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele; il BAS include anche la Corea del Nord) detengono oltre 22.400 ordigni atomici, 7.500 dei quali operativi e schierati o schierabili sul campo. Bombe atomiche pronte per l’uso.

Il pericolo maggiore

In un mondo globalizzato, avulso dalla logica bipolare, testimone di un disordine multipolare (Garton Ash), in effetti uno dei pericoli maggiori risiede nella possibilità che il club delle potenze nucleari vada ampliandosi innescando giocoforza una gara al riarmo, ma soprattutto che la tecnologia nucleare militare possa sfuggire al controllo statuale finendo nelle mani di gruppi terroristici. Durante il celebre discorso tenuto a Praga il 5 aprile 2009 il Presidente Obama dichiarava: “Dobbiamo assicurarci che i terroristi non riescano ad acquisire armi nucleari. Questa è la più immediata ed estrema minaccia alla sicurezza collettiva”. Eppure, nella sua sfida per un mondo denuclearizzato il Presidente USA non raccoglie pareri unanimi; tutt’altro.

L’equilibrio atomico


Gideon Rachman, editorialista del Financial Times, ritiene che l’equilibrio del terrore dettato dall’atomica funzioni e che un mondo denuclearizzato sarebbe un posto ben più pericoloso di quello attuale: “Nessuno può provare che sono state le armi nucleari ad aver contribuito al mantenimento della pace tra le grandi potenze dal 1945 ad oggi, ma la spiegazione più verosimile risiede nel fatto che un conflitto tra potenze nucleari sarebbe considerato troppo pericoloso”.

L’analista geopolitico Robert Kaplan è convinto che la reale minaccia di guerre atomiche circoscritte possa risultare efficace per mantenere la pace e la sicurezza collettiva nel mondo attuale.

La strategia americana

Secondo Jack David, membro del Council on Foreign Relations, il processo di denuclearizzazione a guida statunitense risulta di fatto fallimentare, non essendovi prove empiriche che ne dimostrino l’efficacia. Inoltre, osserva David, l’arma nucleare è usata dagli Stati come strumento di difesa e non solo di mero attacco: “È il caso dei 31 Stati protetti dall’ombrello nucleare statunitense – gli Stati Uniti si sono impegnati a mantenere una capacità nucleare e ad usarla per difendere altri Paesi. Molti dei Paesi sotto l’ombrello statunitense hanno rinunciato allo sviluppo di proprie armi nucleari fintanto che la deterrenza adottata da Washington permane disponibile e credibile”.

Dibattito aperto

La minaccia nucleare è un utile strumento di deterrenza, anche nell’attuale configurazione del sistema internazionale, oppure è divenuta essa stessa fonte di insicurezza globale? Un mondo senza armi nucleari sarebbe davvero più sicuro? Il dibattito è aperto. Nel frattempo, vediamo l’Iran barattare la rinuncia all’atomica militare con l’inclusione nel flusso economico globale.

Articolo precedentemente pubblicato da Formiche.net