sabato 5 settembre 2015

¿Por qué ‘Alemania über alles’?
















Berlín emerge cada vez más como la mente maestra de la Unión Europea, así como el país más popular del mundo, superando a Estados Unidos. ¿Cómo ha podido una nación que hasta hace una década era conocida como “el enfermo de Europa” convertirse de nuevo en una apisonadora económica y política?

Hoy en día Alemania ha alcanzado la primacía en la Europa continental por su actuación como “potencia civil”; sus ventajas siendo su peso económico y político, en lugar de su ejército. El enorme esfuerzo económico que la Bundesrepublik llevó a cabo tras la reunificación absorbió todas sus energías durante los siguientes 20 años. De acuerdo con economistas y observadores internacionales, en las raíces de los problemas experimentados por Alemania a lo largo de la segunda mitad de la década de los noventa hasta la Gran Recesión se encuentra el shock provocado por la reunificación, unido a un mercado de trabajo demasiado rígido, un Estado del Bienestar generoso y una política monetaria restrictiva. A medida que el nuevo milenio comenzaba, Alemania consiguió un progreso sustancial en varios indicadores, desde el crecimiento del PIB per cápita hasta el freno de la deuda pública federal.

En un mundo en proceso de globalización en el cual la conquista ha dejado paso a la influencia, 
Alemania ha descubierto el camino para la supremacía europea sin emplear un ejército, en contraste con los intentos previos llevados a cabo por el Kaiser Guillermo II y Hitler. La Alemania del siglo XXI no es una “potencia fascista” sino más bien una “potencia geoeconómica” que persigue sus intereses nacionales abiertamente y sin molestarse en buscar compromisos; ese peso recae en los otros miembros de la UE, que tienen que ajustarse a la posición de Berlín.

Una Alemania mucho menos “altruista” ha implementado con éxito tanto una eficiente estrategia geoeconómica que le permitió llevar a cabo unas reformas estructurales necesarias a nivel doméstico, como una estrategia geopolítica en torno a una sólida diplomacia económica a través de la cual Berlín ha creado compromisos con actores internacionales clave. De este modo, Alemania favorecía sus exportaciones y aseguraba sus necesidades energéticas. Berlín maximizaba su poder blando.

Los principales actores socioeconómicos alemanes –partidos políticos, sindicatos y patronales de las compañías manufactureras y de servicios– se pusieron de acuerdo en cuatro objetivos a largo plazo para el país: el mantenimiento del modelo de economía social de mercado; la defensa de la base industrial; el fomento de la innovación a través de la I+D; la promoción de la reputación internacional del país y la búsqueda de nuevos mercados internacionales para el comercio. La recuperación económica de Alemania demuestra que es posible cambiar el propio curso, y en el proceso volverse de nuevo competitivo.

Ahora bien, a pesar de la expectación despertada por el “ejemplo alemán”, el Ordnungsystem germano –su peculiar sistema de valores ordoliberales– no puede ser imitado.  Lo que otros países europeos (y no europeos) deberían hacer es estudiar el paradigma alemán para aprovechar las prácticas más adecuadas para su camino de reformas, con un firme compromiso por mejorar la competitividad. Tomemos a Italia como ejemplo. El Belpaese, liderado por el primer ministro más joven de Europa, Matteo Renzi, necesita construir e implementar una estrategia geoeconómica nacional dirigida a “modelar la globalización”, favoreciendo sus ventajas comparativas (manufacturas de media y alta gama, negocios de comida orgánica y su patrimonio natural y cultural) y llevar a cabo una política exterior a largo plazo basada en una diplomacia económica eficaz (exactamente lo que hizo Alemania).

Por supuesto, Alemania no es inmune a los problemas. Por mencionar solo unos pocos, su economía es demasiado dependiente de las exportaciones, su gobierno presenta uno de los niveles de inversión pública más bajos de Europa y la población se reduce desde 2003. Además, el creciente peso alemán a nivel europeo está causando bastante suspicacia.

Sin embargo, debe reconocerse que después de 25 años de la caída del muro de Berlín y el final de la división Este-Oeste, la Alemania unida representa la historia de un éxito. Berlín afrontó los desafíos derivados de la globalización a través de una mejora de sus sistemas económicos y sociales, al tiempo que mantenía sus valores propios y su identidad nacional.

Articulo publicado por Politica Exterior 

 

sabato 8 agosto 2015

Una nuova Cina, una vecchia Europa












LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE sta cambiando ad una velocità e intensità tali da confondere gli stessi cinesi, e questo può rendere il cambiamento particolarmente pericoloso sul piano geopolitico. Sul tema Geopolitica.info ha avuto il piacere di conversare con Francesco Sisci, autore del libro “A Brave New China”, già corrispondente da Pechino di Ansa, La Stampa e IlSole24Ore e tra i massimi esperti europei di Cina.

Nel suo ultimo libro spiega come la Cina odierna sia “non più la vecchia Cina”, ma un Paese profondamente diverso. Un Paese che di fatto ancora fatichiamo a comprendere. Qual è stato il cambiamento maggiore, il più profondo degli ultimi 30 anni?

È difficile indicarne solo uno, in realtà è un cambiamento radicale del modo di vita, che va dal modo di vivere, di abitare: le case sono diverse, i vestiti sono diversi, anche le cose da mangiare sono diverse, persino il modo di tagliarsi i capelli. Forse il singolo cambiamento più grande riguarda la famiglia e i figli. Si tratta di un cambiamento mastodontico, specialmente per la società cinese, una società senza un grande senso di divinità, dove il rispetto degli antenati e il rispetto dei figli sono il grande filo conduttore, sono una religione. Si è passati prima del ’49 da una famiglia che aveva idealmente un marito e un gruppo di mogli con 3 generazioni di figli, tutti ordinati secondo nomi specifici, a una famiglia nucleare fatta di un figlio unico. La famiglia ora prevede una moglie e un figlio e, cosa molto importante, questo è stato fatto come un sacrificio di sangue importante: 400 milioni di bambini sacrificati. È  stato fatto con calcolo, hanno ucciso quello che per loro è più caro, sull’altare del progresso.

Da quanto racconta nel libro si ha la percezione che la Cina sia vittima di un paradosso: cresce il nazionalismo diretto al riconoscimento del più vecchio Stato-civiltà, come scrive Henry Kissinger, ma allo stesso tempo proprio quella civiltà si allontana dalle sue radici fino al punto di non riconoscersi. É così?

È proprio così. In realtà il vecchio Stato-civiltà era tale perché non aveva bisogno di affermarsi, era in qualche modo metafisico. Era uno Stato isolato. L’insieme dei Paesi che la circondavano non avevano la metà della forza cinese, oggi invece questo non è più cosi. Il resto del mondo rende la Cina nana: conta solo il 20% della popolazione e il 10% del Pil mondiali. Naturalmente, in questo mondo i cinesi devono affermarsi, e nell’affermarsi l’idea di Stato-civiltà nega se stessa, non funziona. Ci sarebbe bisogno un nuovo principio unificante e anche di un nuovo modo di pensare il mondo.

Cosa non riusciamo a comprendere, oggi, in Occidente e soprattutto in Europa, in merito al cambiamento in atto? Cosa ci sfugge?

Non solo noi non capiamo, ma anche i cinesi non capiscono. I cinesi sono cambiati, ma guardano il mondo con i concetti filosofici antichi. Rimane sempre una discrasia: si racconta l’urbanizzazione con il modo di pensare della giungla, l’occidentalizzazione con delle categorie cinesi. È una cosa sistematica, un processo: i cinesi non hanno smesso di cambiare. Quello che oggi si dice per la Cina tra 6 mesi o 1 anno non sarà più valido. Quello che è importante per noi è che se la Cina è disposta a fare questi cambiamenti per sopravvivere così dovremmo fare anche noi, invece abbiamo smesso di cambiare, paradossalmente come quando l’ondata non ci ha colpito.

Le molte speculazioni e osservazioni fatte in Occidente su una Cina sempre più aggressiva sono accurate, oppure risultano sovrastimate?

La Cina di per sé cresce, e come un elefante quando cresce oggettivamente diminuisce lo spazio altrui. Inoltre è un elefante molto sensibile, sente che gli altri sono nervosi e si innervosisce a sua volta. Un fenomeno di nervosismo reciproco molto forte e molto pericoloso, ma diverso dalla pericolosità del fascismo, o del comunismo, dagli estremisti pseudo-musulmani. Queste sono ideologie nettamente aggressive, i cinesi invece non hanno questa ideologia dichiarata, però oggettivamente il loro peso specifico è tale che tutti gli equilibri vengono incrinati.

Come valuta i rapporti attuali di Pechino con gli altri due giganti economici della regione, Giappone e Corea del Sud? Cosa impedisce ai tre Paesi di seguire un processo di trasparenza storica così come avvenuto ad esempio tra Germania e Polonia?

Non c’è stata l’America. Gli USA hanno impedito a Francia e Germania di ripescare nella loro storia, unendoli nella CECA e nella NATO. Così in realtà l’America ha cambiato la Storia. Questo non è avvenuto in Asia per motivi complessi, tra cui il fatto che durante la Guerra fredda la Cina era da una parte, la Corea era spaccata, il Giappone nell’altro blocco. Adesso vi è il doppio rischio: gli strascichi della fine della Seconda Guerra mondiale e la fine della Guerra fredda, che ancora non è finita perché la Cina è ancora (almeno in parte) comunista. Sono due eredità che si sommano.

Qual è il principale problema nelle relazioni Pechino-Washington?

La crescita cinese è un punto di domanda enorme per entrambi. I cinesi non sanno cosa vogliono fare da grandi, e questo amplia tutto, diventa un problema globale. Però come si fa a discutere di questo problema globale che è allo stesso tempo anche nazionale con tutti sospetti e le paure attuali, con gli americani interessati sembra solo a bloccare la Cina?

Mentre le relazioni con Washington subivano degli alti e bassi, i rapporti con i paesi dell’UE sono aumentati costantemente negli ultimi 20 anni, fino alla clamorosa adesione dei principali Paesi europei alla Asian Infrastructure Investment Bank. Per la Pechino l’UE e’ un territorio di conquista oppure un partner di pari livello?

La realtà è che l’UE non esiste, questa è la premessa. In realtà per la Cina esiste un rapporto in primo luogo con la Germania, poi con Francia e Inghilterra. Questa è la realtà. Poi vi sono i sogni, e i cinesi sognerebbero da anni che l’UE emergesse come Paese unitario e quindi fosse un partner, anche capace di controbilanciare il rapporto con l’America. Questi però appunto rimangono sogni, perché come vediamo con la situazione greca siamo ben lontani dall’aver una “unione europea”.

Secondo un recente studio della società di consulenza McKinsey, la Cina sta perdendo terreno sul piano dell’innovazione. Negli ultimi 5 anni l’innovazione ha contribuito al 30% della crescita del Pil, mentre dal 1990 al 2010 la percentuale era superiore al 40%. Con una popolazione che invecchia, un debito che aumenta e un ritorno sugli investimenti che si riduce, non e’ un bel segnale. É  d’accordo con questa analisi?

La Cina secondo me non ha mai fatto mai della grande innovazione. Il problema fondamentale è che non producono tecnologie nuove. Come farai ad essere la prima economia del mondo senza tecnologie innovative? Qui si parla di innovazioni marginali, possono essere o rubate o derivanti da altre risorse: non dimentichiamo che la Cina continua ad avere grandi risorse, tra cui popolazioni vicine, bengalesi, vietnamiti, che le consentono un aumento della produttività. Questi dati e queste statistiche meccaniche e grossolane non sono fondamentali. Negli ultimi 40 anni storia quello che ho visto è che quasi tutti hanno preso un aspetto e ne hanno dedotto che venendo meno quell’aspetto tutto sarebbe crollato. La verità è che la Cina è una enorme balena, servono tanti “ostacoli” per farla crollare. Tornando alla domanda, il problema è la mancanza di innovazione alta, che continua ad essere prodotta per l’85% in Europa e Stati Uniti. E così continuerà ad essere, secondo quanto prospettano, per i prossimi 50 anni.

Concludo chiedendole se secondo lei il XXI secolo sarà il “Secolo asiatico”, il “Secolo cinese” o si continuerà con un nuovo  “Secolo americano”?

Dipende da quale prospettiva lo vediamo. I modelli di grande crescita, in cui sarà amministrato e pensato il mondo, continueranno ad essere europei (perché in questo anche l’America è un estensione dell’Europa). Quantitativamente l’Asia sarà molto importante, ma la differenza tra quantità e qualità è un concetto molto importante e delicato. Ancora oggi, dopo un secolo dal crollo dell’impero britannico, l’Inghilterra continua ad essere il fulcro del pensiero (pensiamo alla sue università, ai principali giornali, alla BBC). Che questo cambi la vedo molto difficile. Quantitativamente però è diverso, e qui l’Asia guiderà, in particolare la Cina.

L'intervista a Francesco Sisci è stata pubblicata su Geopolitica.info



domenica 2 agosto 2015

Il Divario Nord-Sud problema numero uno dell'Italia

















PUBBLICHIAMO un articolo uscito su La Stampa che fotografa senza giri di parole il principale problema del nostro Paese: il Divario Nord-Sud.

Peggio della Grecia

Nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%) e il Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud nel 2014 ha toccato il punto più basso degli ultimi 15 anni, con il 53,7%. Secondo il rapporto «dal 2000 al 2013 il Sud è cresciuto del 13% la metà della Grecia che ha segnato +24%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell’Europa a 28 (+53,6%)». 

Il Divario con il Nord

In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 53,7% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. Lo scorso anno infatti quasi il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12 mila euro annui, contro il 28,5% del Centro-Nord. Nel dettaglio a livello nazionale, il Pil è stato di 26.585 euro, risultante dalla media tra i 31.586 euro del Centro-Nord e i 16.976 del Mezzogiorno. A livello di regioni il divario tra la più ricca, Trentino Alto-Adige con oltre 37 mila euro, e la più povera, la Calabria con poco meno di 16 mila euro, è stato di quasi 22 mila euro, in crescita di 4 mila euro in un solo anno.

Lo tsunami demografico

Colpisce la frenata nelle nascite. Svimez spiega come nel 2014 al Sud si siano registrate «solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia». Il Sud, avverte il rapporto «sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili». «Il Sud è quindi destinato a perdere 4,2 milioni di abitanti nei prossimi 50 anni, arrivando così a pesare per il 27,3% sul totale nazionale a fronte dell’attuale 34,3%», sottolinea il rapporto. 

“Desertificazione industriale"

Dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha infatti perso il 34,8% del proprio prodotto, contro un calo nazionale del 16,7% e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%), tanto che nel 2014 la quota del valore aggiunto manifatturiero sul Pil è stata pari al Sud solo all’8%, ben lontano dal 17,9% del Centro-Nord. Dato che fa il paio con la caduta delle esportazioni che in nel Centro-Nord salgono del 3% e al Sud crollano del 4,8%. Ecco perché «il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l’assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all’area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente.

Occupati in calo

«Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat». «Tornare indietro ai livelli di quasi quarant’anni fa testimonia, da un lato, il processo di crescita mai decollato, e, dall’altro, il livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale e la modifica della geografia del lavoro» si legge nello studio che sottolinea come i 6 milioni siano anche una quota psicologica. Il tasso di disoccupazione arriva nel 2014 al 12,7% in Italia, quale media tra il 9,5% del Centro-Nord e il 20,5% del Sud. Nel 2014 i posti di lavoro in Italia sono cresciuti di 88.400 unità, tutti concentrati nel Centro-Nord (133 mila), mentre il Sud ne ha persi 45 mila. 

Uno su tre sull'orlo della povertà

Rimane il dato che tra il 2008 e il 2014 delle 811 mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro ben 576 mila sono residenti a Sud. Situazione difficile in particolare per le donne che, tra i 15 e i 34 anni sono occupate al Sud solo una cinque. Per quello che riguarda i giovani Svimez parla di una «frattura senza paragoni in Europa»: il Sud negli anni 2008-2014 ha perso 622 mila posti di lavoro tra gli under 34(-31,9%) e ne ha guadagnati 239 mila negli over 55, con un tasso di disoccupazione under 24 che raggiunge il 56%. Questa situazione porta a credere che studiare non paghi più, «alimentando così una spirale di impoverimento del capitale umano, determinata da emigrazione, lunga permanenza in uno stato di disoccupazione e scoraggiamento a investire nella formazione avanzata». Tutto questo si riflette nel rischio povertà che coinvolge una persona su tre al Sud e solo una su dieci al Nord. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%) ma in generale al Sud è aumentata rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord.

Reference:

giovedì 2 luglio 2015

GREXIT: Trattative, referendum e scenario politico-economico















IN ATTESA di conoscere domenica l’esito di una consultazione referendaria che probabilmente segnerà il destino economico e politico della Grecia e dell’intera Unione Europea, proviamo a ricostruire sinteticamente alcuni dei passaggi e dei dati fondamentali dell’improvvisa escalation iniziata il 27 giugno scorso.

La Grecia non rispetta la scadenza del prestito FMI

A seguito della fallimentare riunione del Consiglio Europeo del 27 giugno il Governo greco decide di declinare la proposta di UE, FMI e BCE e indire sulla stessa un referendum in programma domenica 5 luglio. Atene inoltre non onora 1,55 miliardi di euro dovuti al FMI il 30 giugno come parte del programma di aiuti finanziari da 21,2 miliardi di euro.

Riprende il dialogo ma non le trattative

Il 30 giugno la Commissione Europea invia ad al Governo greco una nuova proposta, alla quale Atene risponde il giorno successivo rilanciando con una contro-proposta. I temi del contendere: aliquote IVA, età pensionabile, spese del bilancio militare e tassazione di imprese e fasce più alte.

L’Unione Europea e l’Eurogruppo, trainati da Berlino, decidono a questo punto di non proseguire con le trattative fino al voto referendario.

Anche FMI e BCE si adeguano mostrando una posizione attendista. L’istituto di Francoforte sottolinea che “opererà in stretta collaborazione con la Bank of Greece per preservare la stabilità finanziaria” ma che manterrà invariato “il livello massimo stabilito per l’erogazione di liquidità di emergenza (Emergency liquidity assistance, ELA) alle banche greche”.

La (es)posizione dell’Italia

Secondo il Ministero dell’Economia l’Italia è esposta direttamente nei confronti della Grecia per un totale di 35,9 miliardi di euro, suddivisi in 10,2 miliardi di prestiti bilaterali e di 25,7 miliardi di contributi versati dal nostro Paese al fondo salva-stati.

La posizione dell’Italia la esplicita in maniera chiara il Primo Ministro Renzi in una intervista concessa al Sole24Ore del 30 giugno: “Nel merito l’Italia ha tentato fino all’ultimo di riportare buon senso e ragionevolezza, contribuendo all’ultima proposta della Commissione, quella più favorevole alla Grecia. Il no di Alexis e dei suoi mi è sembrato inutilmente ostinato”.

Un’economia al collasso

Stando ai dati Eurostat e OCSE il debito greco sfiora il 180% del Pil, la disoccupazione supera il 26%, il Pil è sceso di quasi il 5 punti percentuali all’anno negli ultimi 5 anni, la spesa media delle famiglie è scesa di un quarto mentre gli investimenti si sono ridotti del 9% dal 2010 a oggi.

Articolo precedentemente pubblicato su Geopolitica.info


sabato 20 giugno 2015

Le crisi europee, l'UE e la difesa dell'interesse nazionale: a colloquio con Gianfranco Fini



















GEOPOLITICA.INFO ha intervistato Gianfranco Fini, Presidente dell'associazione Liberadestra, ex Ministro degli Esteri e Presidente emerito della Camera dei Deputati, conversando ad ampio raggio sulle crisi che circondando l'Europa, il ruolo dell'Unione Europea, l'interesse nazionale e le prerogative della politica estera italiana.

Presidente, seguendo la cronaca politica italiana abbiamo l'impressione che i cittadini italiani, ma gli osservatori internazionali, non riescano a percepire quali sono i capisaldi della nostra politica estera. Ci può spiegare la sua definizione di interesse nazionale e quali sono secondo lei le linee programmatiche sulle quali basare per l'Italia l'implementazione di tale concetto?

La difesa dell’interesse nazionale nell’epoca della globalizzazione presuppone la piena consapevolezza che un paese come il nostro deve avere un ruolo attivo in primo luogo all’interno delle organizzazioni internazionali, e sovranazionali, in primis l’Unione Europea. E’ infatti in quelle sedi, assai più che nel rapporto bilaterale con gli altri Stati, che è possibile affrontare positivamente le questioni che incidono sul presente e soprattutto sul futuro degli italiani. La globalizzazione porta con sè rischi e opportunità comuni ad intere aree geopolitiche, non solo per i singoli stati nazionali. Ne consegue che la nostra politica estera deve individuare le macro aree in cui essere protagonisti al fine di ottimizzare in sede multilaterale la sua azione: al primo posto vi è il Mediterraneo.

L'Unione Europea vive oggi una serie di crisi geopolitiche di tale gravità da comprometterne la tenuta. Dalla fine del momento bipolare in avanti mai il progetto della “casa comune” si era trovato a fronteggiare contemporaneamente molteplici situazioni di conflitto (sia militare che socio-politico) ai propri confini: dall'Ucraina alla Libia, dalla FYROM alla Turchia, l'Unione Europa appare sempre più una “fortezza Europa” chiusa su se stessa e sempre meno capace di “affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l'attuazione di una politica estera e di sicurezza comune”, come recita il Trattato di Maastricht. Qual è la sua lettura geopolitica degli eventi in corso?


L’UE è al bivio: o riesce davvero, specie nella politica estera e di sicurezza (ma non solo) ad assumere “una sua identità sulla scena internazionale” oppure rischia di regredire, se non di dissolversi. Viene oggi al pettine il nodo rappresentato dal fallimento del tentativo di redigere una sorta di Costituzione europea: la Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing approvò un testo ma il referendum francese e olandese lo bocciarono. Da allora il pilastro dell’architettura istituzionale dell’UE è la riunione dei Capi di stato e di governo assai più che la Commissione o il Parlamento di Strasburgo. Chi sia mister o lady PESC non importa: oggi la Mogherini, come ieri la Ashton, è a capo di un “ministero” che di fatto non esiste. Nè ci sono segnali confortanti circa la volontà di porre rimedio alla situazione; ed è paradossale che tutti si interroghino sulle conseguenze per l’UE della possibile uscita della Grecia dall’eurozona e quasi nessuno rifletta sul rischio ancora maggiore che le istituzioni europee corrono, in termini di credibilità, se continueremo ad essere inesistenti ogni volta che c’è una crisi politico militare ai suoi confini.

Lo stallo dei negoziati di adesione all'UE con la Turchia, il fallimento del Processo di Barcellona per il dialogo con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, l'irrilevanza del Partenariato Orientale. Viceversa, assistiamo a ottime relazioni dell'UE con la Repubblica Popolare Cinese, il Brasile e altre economie emergenti importanti ma lontane. Ora, possiamo chiederci provocatoriamente se proprio l'Unione Europea, fondata sui principi di collaborazione, dialogo e mantenimento della pace, non sia diventata in realtà un agente destabilizzatore?

Diciamo che l’UE è divenuta presbite: vede bene ciò che è lontano ma è miope, quasi cieca, quando si tratta di ”leggere” ciò che le è più vicino. La incapacità di sviluppare una politica estera e di difesa comune nella sua area geografica e di influenza ha fatto si che l’UE guardasse altrove, sia perché nessuno chiede a Bruxelles di esercitare un ruolo nel “mantenimento della pace” in Cina o Brasile sia perché gli interessi nazionali dei paesi UE tendono a convergere e non a contrapporsi quando si relazionano a macro realtà continentali. 

“Povera Germania, troppo grande per l'Europa, troppo piccola per il mondo”. Le parole di Henry Kissinger risultano quanto mai attuali. Quali sono le chiavi per un dialogo proattivo con una Berlino che vive quasi un “momento unipolare”, leader europeo suo malgrado e affiancata da una Francia indebolita?

Aldilà della disputa ricorrente tra chi sostiene che Berlino vive “un momento unipolare” per sua precisa scelta e volontà e chi pensa che sia costretta a viverlo per il venir meno dei partners ( la stessa Francia è ondivaga al riguardo), credo che un paese come il nostro possa e debba fare di più nel rapporto con la Repubblica federale tedesca. Ad esempio sostenere il tentativo di rafforzare il governo dell’euro zona tramite politiche economiche e fiscali quanto più omogenee possibili da parte dei paesi che hanno rinunciato alla sovranità monetaria. L’Europa a due velocità è già una realtà di fatto non è più una prospettiva sgradita. Se è quasi inevitabile, pena l’esplosione dell’Unione, che sorga un “ direttorio” Roma deve farne parte proprio nell’ottica di come meglio tutelare il nostro legittimo interesse nazionale. E’ altresì ovvio che ciò comporta politiche economiche e sociali tutt’altro che facili da adottare sul piano interno, ma questo è un altro discorso.

Il nostro Ministero degli Esteri qualifica come “relazioni privilegiate” i rapporti con la Russia, un “ partenariato strategico basato su interdipendenza e interessi comuni”. Nella fase attuale, quali sono secondo lei gli interessi comuni tra i due Paesi e come giudica nel merito la linea tenuta dalla Farnesina riguardo il dossier Ucraina? Se le sanzioni risultano utili – se non necessarie - nel caso di Paesi quali Bielorussia, Iran e Corea del Nord, lo stesso può dirsi nel caso di Mosca?

La nostra posizione verso Mosca dopo l’invasione militare della Crimea era inevitabile alla luce del “ fronte della fermezza” che univa Washington e Londra a Parigi, Berlino e Varsavia. Avessimo privilegiato il nostro interesse, specie in materia di approvvigionamento energetico, rispetto al dovere morale di sanzionare una invasione con i carri armati ( perché di questo si è trattato) avremmo tradito la ragione stessa della nostra collocazione nell’ambito occidentale ed europeista. Ciò detto, oggi si tratta soprattutto di contribuire a definire una posizione comune dell’UE non solo rispetto a Putin ma anche rispetto al rischio, sempre più reale, del ritorno di una contrapposizione strategica e di fondo tra Mosca e Washington. E in questo contesto, molto più ampio delle sanzioni economiche, che occorre muoversi come ha lucidamente esortato a fare qualche giorno fa il presidente Napolitano. E l’Italia deve essere attiva in sede europea perché ciò avvenga.

Presidente, soffermiamoci sulla sponda sud del Mediterraneo. Dapprima il Processo di Barcellona, in seguito l'iniziativa incolore dell'Unione per il Mediterraneo a guida francese, l'intervento franco-inglese in Libia coperto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.1973, la spinta alla rivoluzione in Tunisia. Eliminando Gheddafi e Ben Ali i francesi, con l'assenso anglo-americano e il non intervento tedesco, hanno di fatto chiuso i conti con i due dittatori e imposto nuovamente la propria influenza in Nordafrica. Cosa non ha funzionato nella politica estera italiana?

Forse l’intervento anglofrancese contro Gheddafi, fortemente voluto da Parigi per affermare il proprio ruolo nel Nord Africa, non sarebbe stato possibile se tutto l’Occidente avesse tratto insegnamento dalla guerra in Irak e non avesse travisato la realtà in occasione della cosiddetta primavera araba, ed in specie della caduta di Mubarak. Eliminare un dittatore non significa, specie nel mondo arabo mussulmano, instaurare automaticamente una democrazia, perché questa o sorge dal basso, dalla società, oppure rischia di morire nella culla, soffocata da tribalismi e integralismi. Può essere “politicamente poco corretto “ affermarlo, ma personalmente non ho dubbi nel dire che se in Egitto non ci fosse stato il colpo di stato militare dopo la vittoria di Morsi, oggi quel paese sarebbe ridotto come la Libia o nella ipotesi migliore non sarebbe di certo in prima fila contro i tagliagole dell’ISIS… E’ risaputo che il governo Berlusconi subì l’intervento militare a Tripoli e non ebbe alcun ruolo nel promuoverlo, anzi. Si può obbiettare che non fece nulla per impedirlo, ma è purtroppo vero che nessuno poteva fare nulla contro quello che sembrava il… vento della storia.

La conseguenza più evidente delle dinamiche nordafricane è la ripresa dei flussi migratori. Quali sono le soluzioni di politica interna che il nostro Paese dovrebbe intraprendere? E' opportuno rimettere mano alla legislazione sul tema - la legge Bossi-Fini è ancora attuale? Le proposte in discussione in sede comunitaria la convincono?

L’esodo biblico di centinaia di migliaia di migranti verso L’Europa, e quindi in primo luogo verso l’Italia, riguarda in maggioranza uomini e donne che provenendo da aree ( Libia, Siria, Corno d’Africa, Africa Subsahariana) in cui sono in corso guerre e carestie chiedono il diritto d’asilo per ragioni umanitarie. La legge Bossi Fini regola la presenza in Italia del migrante che viene da noi per lavorare (permesso di soggiorno subordinato al contratto di lavoro) e non è applicabile ai richiedenti asilo, ai profughi. Inoltre è ormai risaputo che il Trattato di Dublino II ( il richiedente asilo deve rimanere nel paese UE che per primo lo accoglie e lo identifica) alimenta egoismi nazionali di molti paesi dell’Unione che non vogliono farsi carico di un dovere di solidarietà che oggi grava in particolare sulle spalle dell’Italia. Sulla tragedia della immigrazione di massa l’UE sta perdendo ogni residua credibilità, balbetta e fugge di fronte alle sue responsabilità. Ma va anche detto che purtroppo la politica italiana sempre in campagna elettorale e incapace di coesione anche di fronte alle emergenze più gravi, si mostra inadeguata. Il nostro interesse nazionale avrebbe voluto che fossero tutte le nostre istituzioni a sostenere gli sforzi del governo a Bruxelles per 1) condurre operazioni di polizia internazionale contro gli scafisti 2) allestire centri di raccolta in Africa dove riconoscere agli aventi diritto lo status di rifugiato 3) distribuirli proporzionalmente nei paesi dell’Unione. Purtroppo sappiamo che così non è stato e non è.


sabato 16 maggio 2015

The Importance of Leadership for Asia's Development














ASIA'S  DEVELOPMENT has been so successful that it has been labelled a “miracle.” However, if this is true for economic growth, the picture looks far less impressive if you look at other dimensions of economic development. That is why a return of leadership is needed.

Looking at Asia’s phenomenal economic growth figures since the second half of the 20th century, it becomes easy to understand why international observers have used the word “miracle.” OECD economist Kichiro Fukasaku rightly wrote on the emergence of East Asia as the third growth pole of the world economy. From 1975 to 2000, East Asia grew faster than any other region in the world, attaining average per capita growth rates of 6 percent a year. One example gives the picture of the so-called miracle: South Korea, only as rich as Ghana in 1960, is now a OECD member posting a GDP per capita at purchasing power parity higher than Italy.

Which factors contributed to the Asian miracle? Of course, there were many the drivers behind it, such as higher level education, huge saving rates and the crucial role played by the United States as regional security provider and a huge market for exporting goods. Nonetheless, what really distinguished the Asian economic path from the rest of developing countries was leadership. Bright-minded entrepreneurs and forward-looking politicians worked not only to seek personal profit, rather they were committed to create an economic renaissance for their nations. From Sony’s Akio Morita to Wipro’s Azim Premji, from Singapore’s Lee Kuan Yew to Korea’s Park Chung-hee, inspiring leaders were the backbone of the early stages of each Asian economy.

Think about it. Why did Indonesian PhD scholars educated in the U.S., the so-called “Berkeley Mafia,” who understood and got to know Western democratic values, decide to work under Suharto and accepted his authoritarian stance? Why did Albert Winsemius, a Dutch economist and U.N. official, join Lee Kuan Yew despite having such a different background and understanding of personal freedom and democracy? For there was a genuine, contagious dynamism born out of a common vision: increasing the nation’s general level of prosperity.

Now, a strong economy is not sufficient for national development. John West, Asian Century Institute Executive Director puts it clearly: “We need the government to provide us with infrastructure like water, sanitation, roads, bridges and so on. We also need the government to provide at least basic health and education services”.

Asia is at a crossroads, for it eventually reached a “miracle of riches,” not yet a “miracle of life,” as Charles Kenny described it in his book Getting Better. Overall Asia’s development experience has been one of success and an example for other parts of the world. However aspects of development other than economic growth, from income inequality to social inclusion to rapid urbanization, have not achieved comparable results. So far only one Asian country, namely Singapore, has been ranked among the top ten on the UN Human Development Index. In terms of improving quality of life, the Middle East and North Africa did relatively much better than East Asia in the last 50 years. Publications by the Asia Development Bank have shown that inequality has been on the rise throughout East Asia during the 1990s-2000s. Even Japan, a country where a relatively equal income distribution was a trademark of postwar economic development, has seen rising income inequality among working age people.

As Justin Lin puts it, economic development is a “dynamic process” that “requires industrial upgrading and corresponding improvements in ‘hard’ and ‘soft’ infrastructure at each level.” Along this process ― Lin argues ― governments should put in place policies aimed at “facilitating industrial upgrading and infrastructure improvements,” which means matching ongoing economic growth with the other dimensions of development.

At the beginning of the miracle, leaders across the region well understood the paramount importance of rapid growth to get away from extreme poverty conditions and climb the technology ladder. At present, Asian political and economic actors should equally realize that for sound economic growth to be maintained in the long run, the other dimensions of economic development must be taken into consideration and addressed.

2015 is the year set by the UN to reach the Millennium Development Goals (MDGs). Asia achieved perhaps the most pressing goal, the halving of poverty, with eight of the 37 countries in the region moving from low to middle income status between 2000 and 2011. The whole region needs to continue working to achieve the MDGs, from the reduction of child mortality to the promotion of social inclusion. Leadership is needed again.

References 

Overview: Miracle, Crisis and Beyond OECD 2004
Asia’s Economy – No Miracle! Asian Century Institute 2014

New Structural Economics: A Framework for Rethinking Development The World Bank 2010

Getting globalization right: the East Asian Tigers